Castelfranco veneto verso l'unità

Personaggi e luoghi del Risorgimento castellano da venerdì 4 novembre 2011
a domenica 18 dicembre 2011
da martedì a sabato
10:00 - 12:30 / 15:00 - 18:30
domenica 10:00 - 19:00

Itinerario cittadino di visita
a siti, lapidi e cippi

Luoghi e edifici dell’itinerario: atrio del Municipio; Teatro Accademico; lapide di Antonio Guidolin ‘dei Mille’ all’esterno della casa natale in Borgo Vicenza; lapide del patriota Antonio Turcato, fucilato il 21 dicembre 1860, all’inizio di via Montegrappa; cippo del poeta e patriota Arnaldo Fusinato nei giardini pubblici presso il monumento ai caduti; lapide di Arnaldo Fusinato e di Erminia Fuà Fusinato, sulla facciata della casa d’angolo tra corso XXIX Aprile e piazza Fusinato; Salone da ballo di villa Revedin-Bolasco.

Mostra documentaria
Museo Casa Giorgione


Esposizione nel Museo Casa Giorgione di lettere, manifesti, foto storiche, stampe e cimeli museali (fra cui: tre giubbe e due berretti di garibaldini castellani; un elmo dei dragoni pontifici) del periodo 1848-1866, testimonianti le vicende risorgimentali di Castelfranco e di 306 giovani della città e della Castellana (di cui nove caduti) che parteciparono alle tre guerre di indipendenza e alle campagne garibaldine, inclusa quella dei Mille (1860): un viaggio virtuale dalle insurrezioni del 1848 all’ingresso in Italia il 4 novembre 1866.


Castelfranco (Veneto dal 1867):
dalla Municipalità provvisoria del 1848
al plebiscito del 1866 per l’Unione all’Italia

un percorso tra i documenti conservati nella Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto e un itinerario tra le memorie e i luoghi del Risorgimento cittadino Il 1861, anno dell’Unità d’Italia, fu, per Castelfranco e il Veneto intero, una tappa fondamentale del cammino che avrebbe condotto la città e la regione (plebiscito 21-22 ottobre 1866 e conseguente decreto reale del 4 novembre 1866) nel consesso nazionale.

Un cammino al quale diedero il loro contributo volontario in armi ben 306 cittadini castellani tra il 1848 e il 1866, 9 dei quali morirono per la causa unitaria. Spicca tra le schiere di giovani che combatterono nelle file garibaldine e dell’esercito prima piemontese (1848 e 1859) e poi italiano (sino al 1866), la figura di Antonio Guidolin detto “dei Mille”, il solo castellano partecipante a tutta la spedizione condotta da Giuseppe Garibaldi nel 1860. Tutti i loro nomi sono ‘scolpiti’ nel Monumento ai Volontari della Città di Castelfranco accorsi a difesa della Patria stampato in città dalla Tipografia Longo nel 1867, che introduce l’intera mostra, come mostra indiscutibile di quale fu il contributo di Castelfranco all’Unità.

Un cammino lungo e difficile, iniziato il 23 marzo 1848, con l’istituzione della Municipalità provvisoria sull’onda dei moti insurrezionali che da qualche tempo imperversavano in Italia e in gran parte dell’Europa, Vienna compresa. Castelfranco visse brevi settimane di entusiasmi per la speranza coltivata, ma presto delusa dalla sconfitta di Custoza (23-24 luglio), di vedere re Carlo Alberto entrare da liberatore nelle terre venete.

Un cammino che non si interruppe dopo la fine  della breve stagione di libertà dalla dominazione austriaca (14 giugno 1848), proseguendo nell’attività cospirativa anti-austriaca, condotta in città sino alla metà degli anni ’60, da patrioti di specchiata fede italiana quali il poeta Arnaldo Fusinato, cittadino adottivo di Castelfranco, e di Gennaro Tessari, al quale il Comune dedicò nel 1889 una lapide commemorativa nel cimitero, unitamente ad Antonio Guidolin “dei Mille” e al dottor Sante Volpato, autentico riformatore e propugnatore dell’Ospedale castellano.

Un cammino verso l’Unità Nazionale confermato dalla silenziosa ma clamorosa protesta dell’aprile 1861, quando anche il Consiglio Comunale castellano, come quello di Treviso e di tutti i comuni trevigiani capo-distretto, andò deserto (complessivamente su 102 comuni, solo 19 si riunirono), malgrado il decreto imperiale del 26 febbraio avesse imposto le convocazioni consiliari allo scopo di provvedere alla nomina di 20 deputati al Consiglio dell’Impero a Vienna: fu un segnale chiaro e inequivocabile di insofferenza verso il dominatore e della volontà di non attendere passivamente quel che si era ancora una volta sperato, ma invano, quando nel 1859 la sola Lombardia (esclusa Mantova, con il Mantovano) erano entrati nel Regno di Piemonte.

Un cammino che gli abitanti di Castelfranco videro giungere al traguardo quando, il 15 luglio 1866, un drappello del Reggimento Lancieri Vittorio Emanuele entrò in Borgo Pieve, proveniente da Padova, avanguardia di contingenti dell’esercito italiano giunti in città nei giorni immediatamente successivi.

Castelfranco e il Veneto in Italia, dunque; e finalmente, dopo mezzo secolo e più di dominazioni straniere; sepolto per sempre il ritorno di una Serenissima Repubblica di S. Marco, distrutta dalla stessa oligarchia veneziana ben prima del 1797; disciolta nel colera e nella fame nell’estate del 1849 l’esaltante ma utopistica esperienza della Repubblica Veneta di Daniele Manin e Nicolò Tommaseo. Come gli stessi Manin e Tommaseo avevano poi compreso e scritto era l’Italia unita, e solo l’Italia unita, l’approdo di una stagione - durata fin troppo - di asservimento all’aquila imperiale, una stagione popolata di insurrezioni, di repressioni, fucilazioni, incarcerazioni, perquisizioni, censure, per non parlare di imposizioni fiscali insopportabili e di coscrizione militare della durata di otto anni, insostenibile soprattutto per la gente dei campi.
E approdo all’Italia unita fu. Certo, con la tanto discussa modalità della cessione del Veneto dall’Austria alla Francia di Napoleone III (pattuita segretamente l’11 giugno 1866); cessione che venne solo formalizzata in un albergo veneziano il 19 ottobre tra il generale francese Edmond Leboeuf e il generale italiano Genova Giovanni Thaon di Revel, plenipotenziario reale. Ben più complessa, e certo non limitata alle relazioni Austria-Italia, fu la posta in gioco sul tavolo europeo (e il Veneto non fu che una parte di quella posta), in quel 1866 che vide per la prima volta entrare nello scenario continentale la potenza prussiana del cancelliere Otto von Bismarck. Si potrà discutere senza fine su come il Veneto entrò in Italia, ma quello, e non altro, era e doveva essere il punto d’arrivo; quello per il quale erano morti patrioti a centinaia nelle carceri, sotto il fuoco dei plotoni di esecuzione e nelle battaglie combattute tra il 1848 e il 1866; quello il punto d’arrivo per il quale intellettuali e letterati, cittadini di ogni ceto sociale e preti, numerosi (uno di questi fu l’arciprete del Duomo di S. Liberale, don Francesco Buodo, già insegnante del Seminario diocesano), pagarono con l’esilio o l’emarginazione la loro lotta per l’Unità nazionale.

Il plebiscito del 21-22 ottobre 1866, indetto con decreto del Re d’Italia il 13 ottobre 1866, fu lo strumento voluto dagli stessi francesi (tutti gli altri territori della penisola avevano già deciso nel 1860, mediante plebiscito, l’unione al Regno di Piemonte, per farne il Regno d’Italia) per confermare la volontà del Veneto di diventare Italia. Erano ammessi al voto tutti i maschi con età superiore ai 21 anni, o inferiore se combattenti. Non votarono, quindi, le donne e tutti i maschi sotto i 21 anni. Nel Comune di Castelfranco, il 21 ottobre, votarono 2.662 dei 9.319 abitanti. E furono tutti SÍ alla formula: «Dichiariamo la nostra unione al regno d’Italia sotto il governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e de’ suoi successori». Non votò quasi il 70% della popolazione, perché costituita da donne e da maschi con meno di 21 anni, il che spiega il dato numerico dei votanti effettivi. Il Comitato politico di Castelfranco fece la propria parte in città e nell’intera Castellana per incitare al SÍ; il resto lo fecero tutti i parroci (all’epoca ancora ‘ufficiali di stato civile’), indistintamente. I seggi furono allestiti al Paveion per le due parrocchie castellane, nella rispettiva scuola comunale a Salvatronda e Treville, e nelle canoniche (‘case parrocchiali’) nelle altre frazioni. Nel distretto di Castelfranco, formato, oltre al comune capoluogo, dagli allora comuni di Vedelago, Fossalunga, Godego, Riese, Resana, Loria e Albaredo, su una complessiva popolazione di 29.069 abitanti, votarono 7.348 persone: tutti sì, nessun no.

Italiana anche nel nome Castelfranco divenne nel 1867, quando re Vittorio Emanuele II con decreto in data 10 novembre, accogliendo la richiesta avanzata il 21 gennaio dal Consiglio Comunale cittadino, approvò l’aggiunta della specificazione “Veneto”, a necessaria distinzione dagli altri comuni italiani con la stessa denominazione: Castelfranco Emilia (oggi prov. di Modena), Castelfranco di Sopra (oggi prov. di Arezzo), Castelfranco di Sotto (oggi prov. di Pisa) e Castelfranco in Miscano (oggi prov. di Benevento).


Giacinto Cecchetto, curatore della mostra
Direttore della Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto



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